Efrem – Introduzione sul destino

Ecco che ritorna! Se avete voglia di partecipare alla prosecuzione di questa storia che è rimasta in sospeso, a questo link potrete votare il finale che più vi piace! In ogni caso, sono decisa a finirla una volta per tutte, quindi non mancheranno post di continuazione della storia del cantastorie 🙂 http://www.theincipit.com/2014/03/enema-la-storia-di-efrem-nicolewriter/3/

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Ah, il Destino. C’è chi pensa, orgoglioso di se stesso, che la vita sia semplicemente il risultato di ciò che hai costruito con le tue mani, che hai fabbricato col sudore degli anni. Altri, troppo pigri anche solo per pensare, vivono da automi, senza curarsi di ciò che avviene, nè tantomeno del perché così accada. Chi, invece, vive affidandosi a un dio benevolo che non conosce, che vede nel sogno, nella fantasia, per dare luce a un’esistenza debole o a volte troppo dolorosa da affrontare da solo, faccia a faccia con qualcosa d’altro. Ebbene, c’è ancora un’ultima categoria di persone: chi, come me, non crede, ma semplicemente sa, di doversi affidare al nulla, un nulla che è anche il tutto, qualcosa che non è nè benevolo come un dio, nè malvagio come un demone, nè neutrale come il semplice scorrere della vita. Ecco a voi, gente, il Destino. Nel corso…

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Un granello di sabbia in più

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Breve racconto venuto fuori mentre fumavo una sigaretta

Buio.

Ryan aprì gli occhi. Gli ci volle un po’ ad abituarli alla luce che, anche se soffusa, entrava dalla finestra di fronte al letto. Avrebbe ricominciato un’altra giornata. Per fortuna.
Era il primo pensiero che gli si affacciava alla mente a ogni risveglio, da due mesi a quella parte. Aveva sempre goduto di ottima salute, mai una febbre, neanche la varicella da bambino. Quando, due mesi prima, gli avevano diagnosticato un cancro ai polmoni, si era sentito come buttarsi da un paracadute ad un’altezza stratosferica. Lì all’ospedale i malati come lui avevano gli occhi spenti persi tra i pensieri, mani immobili e voce roca. Ma lui no. Era sempre stato un uomo piuttosto pessimista, o realista che dir si voglia; ma adesso che sapeva di avere i giorni contati, era cambiato tutto. Aveva passato la sua vita a correre contro il…

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La Voce del Mare

Trasmettono il film ” La leggenda del Pianista sull’oceano”. La prima volta che lo vidi .. bhe, non  la ricordo. So solo che l’ho visto e rivisto ripetutamente, fino a non stupirmi più della scelta di Novecento: un uomo nato su una nave da cui non scende fino alla fine. Viveva solo sull’acqua e, sebbene non avesse visto nulla del mondo, era il mondo ad andare da lui; sebbene fosse perennemente in viaggio, sapeva viaggiare solo con la mente; sebbene il mondo terrestre non conoscesse la sua musica, era la sua musica a raggiungere la terraferma nell’anima dei passeggeri del Virginia.

A Danny Boodman TD Lemon Novecento non manca niente, lui è felice nel suo mondo. Lui non spreca il suo tempo a porsi troppi perchè, come fanno quelli della terraferma..

E pensate alla sua purezza, alla sua innocenza di bambino ‘cresciutello’, un misto di ingenuità e comprensione delle anime che osserva passare e sparire oltre la scaletta. Solo lontano dalla terraferma, con tutte le sue distrazioni, si può essere come Novecento?

E lui non l’ha mai sentita la ‘voce del mare’ che urla: ” La vita è immensa, l’hai capito o no?”; ma in fondo è la sua stessa filosofia. Lui osserva senza giudicare, indovinando le storie della gente tramite le note; lui non sa suonare le ‘note normali’, dà il meglio di sè nei locali della terza classe dove la vita sembra più vera, dove, anche se i colori che dominano lì sono quelli più scuri e sporchi e polverosi, mille sfumature si incrociano e si fondono in un vortice multicolore..

Sapeva leggere Novecento.. e non solo i buffi nomi dei cavalli da corsa. Lui sapeva leggere la gente, i segni che si porta addosso: la terra, gli amori, i dolori..

Lui il mondo lo spiava..e gli rubava l’anima.

 

Ma era solo. Fermo al porto, chiude gli occhi e a caso sceglie un numero dall’elenco telefonico per poter fare quattro chiacchiere con qualcuno. Ma chi lo farebbe mai?

Così chiama l’ippodromo.. ed è lì che mi emoziona di più. ” Non è che per caso oggi corre la Mamma?”

 

Lexa&Marion 1

Ecco l’incipit di un’altra storia che potrei mandare avanti in modo meno ricercato rispetto a quella di Efrem 

 

 

 

Lexa era appena uscita dalle sue stanze: era ancora mattina presto, e avrebbe avuto circa mezz’ora per fare tutto quello che doveva, prima di ricevere gli ospiti. Salì di fretta la scala a chiocciola di pietra, uscì da dietro un enorme arazzo che nascondeva il passaggio e si ritrovò immersa nel viavai di servitori, uomini d’affari, nobildonne e pover’uomini, che sfrecciavano lungo i sontuosi corridoi del palazzo. “Non c’è un attimo di tregua qui, mai! “ pensò la donna, cercando di urtare meno persone possibili per arrivare nelle cucine. Anche lì dentro regnava il caos: i baffi poderosi del cuoco sferzavano i fumi che si alzavano dai forni, i servi entravano a mani vuote ed uscivano carichi di vassoi e prelibatezze della prima colazione del re, della sua famiglia e dei suoi ospiti. L’olfatto di Lexa trasecolò: il buon odore le fece aprire l’appetito che fino a poco prima non pensava di avere. “ Ehilà Lexa!” tuonò il cuoco Sam, tossicchiando un po’. “Buongiorno Sam!” ricambiò la donna, mentre riempiva dei piccoli piattini con dolcetti d’ogni forma e colore. “ Sempre di corsa” fece Sam, e Lexa non capì se stesse parlando per lei, per se stesso, oppure per il palazzo in generale.

Tornata nelle sue stanze, nei primi piani caldi e lussuosi, Lexa ripose i piattini caldi su un tavolo di legno scuro, accanto ad una lampada dalla luce arancione, calda e soffusa. Sistemò il tutto e si diresse verso la camera da letto. Da un rigonfiamento delle coperte color prugna del letto a baldacchino, la donna sentì provenire un respiro lento e regolare: Marion stava ancora dormendo. Le rimboccò le coperte e si diresse davanti allo specchio. Il riflesso le rimandò l’immagine di una bellissima donna, con i capelli corvini, lisci come aghi e morbidi come la seta, che ricadevano con grazia oltre le spalle; gli occhi, attenti e vigili, erano altrettanto scuri, ma soprattutto erano profondi, come se contenessero un abisso in cui era facile cadere. Lexa cinse i capelli con un foulard viola, lasciando che qualche ciocca ne uscisse fuori, elegante; diede un po’ di colore alle labbra sottili e alle guance, indossò tre anelli d’oro, mise al braccio una decina di bracciali tintinnanti, e al collo la collana della madre, con una grande pietra turchese, decorata con i disegni della sua tribù. Sospirò al ricordo di sua madre. Bussarono alla porta. Era un giorno importante, quello. Aveva passato tutta la sua vita ad emigrare da un posto all’altro, facendo da tramite tra vivi e morti: un’arte che proprio sua madre le aveva insegnato, e che la sua incredibile memoria aveva migliorato. Dopo aver parlato con le anime dei defunti, riusciva a trattenere nei ricordi i loro volti e le loro parole per diversi minuti, così da descrivere ogni singolo gesto e ogni singola parola ai loro cari. Amava vedere la gente andare da lei con la speranza dipinta nel volto, un’ultima speranza di ricevere un consiglio, dire qualcosa che non era mai riuscita a dire ad una persona cara, ed andarsene con la certezza che non erano da soli. Mai. Lexa adorava anche cambiare sempre posti in cui vivere, amicizie, culture. Ma poi era arrivata Marion con il vento d’Oriente, e le cose erano cambiate. Avrebbero avuto bisogno di stabilità. Così, venuta a conoscenza della fama di Lexa, la regina le aveva offerto l’ufficio della Medium di corte e stanze sontuose in cui abitare. Non avrebbero potuto chiedere di meglio. E, quel giorno, proprio la Coppia Reale sarebbe andata da lei, per consultare gli spiriti del passato.

Lexa corse alla porta. Era Alfred, il ciambellano : “ Sua Maestà, Clarus Tribonio Re di Gorgeea, e sua Altezza, Amanda Dhelia Regina di Gorgeea, saranno qui a minuti” annunciò, strizzandole l’occhio destro quando ebbe finito la frase. Lexa gli rivolse un sorriso. “ In bocca al lupo, Lexa!” sussurrò lui, prima di sparire dietro l’angolo. “Crepi!” disse Lexa al corridoio ormai vuoto. Sarebbe stata lì sulla soglia della porta ad aspettare l’arrivo del Re e della Regina, ma qualcosa la spinse verso la camera da letto. Aprì il suo cassetto personale e ne uscì una scatoletta di legno con intagli e ghirigori: rovistò tra il contenuto della scatole fino a quando trovò quello che cercava. Era un piccolo ritratto di sua madre : il pittore era riuscito a cogliere la bellezza della donna mentre leggeva alla luce della finestra. I capelli erano biondi, come quelli di Marion (e Lexa sorrise dolcemente a quel pensiero), intrecciati e legati poi in una crocchia; la mano che teneva su una pagina del libro affinchè non le sfuggisse era delicata ma salda; le labbra, più corpose di quelle della figlia, erano dischiuse, dando al suo volto quasi un’espressione di meraviglia. Ma gli occhi, quegli occhi, erano i suoi: erano profondi e scuri, bellissimi, tanto da non poter fare a meno di fissarli, annegando dentro di essi..

Una lacrima solcò il viso di Lexa. Quanto avrebbe voluto poterla rivedere anche solo un attimo. Non riusciva a crederci: sfamava sua figlia grazie alla dote che aveva di riuscire a comunicare con i defunti, stava addirittura per accogliere il Re in persona nelle sue stanze,perché chiedesse consiglio ai suoi antenati … Ma non riusciva a vedere, sentire, nemmeno sfiorare sua madre. La rabbia le serrò la gola, facendola scoppiare in un pianto assordante e silenzioso allo stesso tempo. Cos’era successo? Perché non poteva parlare proprio con lei, che aveva sacrificato la propria vita per quella di Marion?

Il colpo alla porta la fece risvegliare dallo stato di trance in cui non era accorta di esser caduta. Scosse la testa, asciugò le lacrime e si diresse alla porta con un sorriso smagliante.

Un granello di sabbia in più

Breve racconto venuto fuori mentre fumavo una sigaretta

Buio.

Ryan aprì gli occhi. Gli ci volle un po’ ad abituarli alla luce che, anche se soffusa, entrava dalla finestra di fronte al letto. Avrebbe ricominciato un’altra giornata. Per fortuna.
Era il primo pensiero che gli si affacciava alla mente a ogni risveglio, da due mesi a quella parte. Aveva sempre goduto di ottima salute, mai una febbre, neanche la varicella da bambino. Quando, due mesi prima, gli avevano diagnosticato un cancro ai polmoni, si era sentito come buttarsi da un paracadute ad un’altezza stratosferica. Lì all’ospedale i malati come lui avevano gli occhi spenti persi tra i pensieri, mani immobili e voce roca. Ma lui no. Era sempre stato un uomo piuttosto pessimista, o realista che dir si voglia; ma adesso che sapeva di avere i giorni contati, era cambiato tutto. Aveva passato la sua vita a correre contro il tempo, cercando di entrare nel modo del lavoro il più presto possibile, senza mai perdersi d’animo, accettando le sconfitte che lo colpivano soprattutto nei rapporti affettivi. Sospirò. Ah Sarah, quanto avrebbe voluto che almeno lei capisse. Ma le donne, ormai l’aveva imparato, avevano bisogno di un uomo presente, che fosse lì a farle sentire speciali ogni momento della giornata, che risolvesse loro i problemi, che le stringesse a fine giornata..Sarah invece era diversa: era semplicemente Sarah. Con i suoi occhi grigi riusciva a trasmettere tutto ciò che non diceva a parole.

Sarah e Ryan si erano conosciuti al liceo: lui era rimasto affascinato da quella ragazza un po’ bassina, con lunghi capelli color oro e mossi, che brillava di una luce speciale. E allora aveva cercato di avvicinarla a sé, perché tutto quello a cui riusciva a pensare vedendola era che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di proteggerla e sentirla sua. Si scambiavano sguardi sfuggenti, prima di diventare veri amici. Un giorno lei gli propose una gita: “ Ti va di vedere un posto?”, chiese con le guance arrossate. Fu così che scoprì quello che sarebbe diventato ‘il pensatoio’. Dietro una radura, si estendeva uno spazio enorme, verde, con alberi ed erba alta, e fiori colorati, querce, faggi, papaveri e margherite. Tutta la natura, nel modo più selvaggio e stupefacente che Ryan avesse mai visto, se e stava lì, ad ammirare un piccolo lago: l’acqua scura impediva di intravedere il fondo, ma era comunque uno spettacolo mozzafiato. La prima volta lui rimase senza parole, mentre lei, tolte le scarpe, rideva e correva a piedi nudi tra l’erba alta, invitandolo a imitarla. Nonostante dopo quel giorno ci fosse andato molte altre volte, ogni occasione riproduceva in lui quella sensazione di pace e libertà. In autunno quel luogo era tutto colorato di rosso e arancione, con foglie secche che riproducevano un fruscio dolce e inquietante allo stesso tempo; d’inverno i rami degli alberi un po’ vecchi ma forti venivano ricoperti di neve bianca e soffice, l’erba stava ritta e gelata, e il lago, immobile nella sua bellezza, diventava la pista di pattinaggio privata di Ryan e Sarah. Ma in primavera, in quella stagione, era tutto un brusio di animali risvegliati dal sole e dalla nuova atmosfera, il verde sembrava brillare di una luce ancora più forte, dal lago a volte s’intravedevano pesci d’acqua dolce: così Sarah aspettava con ansia il momento giusto per poter correre libera tra i fili d’erba ancora umidi, che le solleticavano dolcemente il corpo e si potrebbe dire anche la mente; mentre Ryan non poteva fare altro che stare lì a guardare ciò che non avrebbe dimenticato mai.
Era grazie a Sarah che gli anni della scuola superiore erano stai indimenticabili. Dopo il diploma, le loro strade si erano divise: Yale attendeva l’arrivo di Ryan, che d’altronde aveva atteso quel momento tutta la vita. Si era laureato in legge, e col tempo il suo prestigio era cresciuto mentre il suo rapporto con Sarah si era andato affievolendo.

Si alzò dal letto, si diresse verso il bagno e si abbandonò al getto d’acqua calda della doccia. Cinque minuti dopo era pronto per uscire: si infilò dentro la sua Audi, mise in moto e partì.

Era una sera d’estate e Ryan e Sarah se ne stavano con i piedi immersi nell’acqua fresca del lago. Le cicale cantavano facendo rimbombare il suono della loro voce tutt’intorno ai due ragazzi. Ryan se ne stava disteso sull’erba, osservando il percorso del fumo che dalla sua bocca si dissolveva nell’aria afosa. “Non dovresti fumare” sentenziò Sarah. “So come la pensi sul fumo e su tutte le cose proibite, e tu sai..” “ … come la pensi tu sulla vita” lo interruppe la ragazza, alzando gli occhi al cielo. Lui aveva sempre pensato che, in una vita in cui le occasioni capitano (se hai fortuna) una sola volta, nessuno avrebbe dovuto perdersi niente, nessuno avrebbe dovuto rimandare, nessuno non avrebbe dovuto amare.. Ma, nonostante questa sua filosofia di vita, lui non era ancora riuscito a dirle tutto quello che provava per lei. Non ancora.

Pioveva e faceva un freddo cane. Così Ryan accese il riscaldamento, facendo appannare un po’ i vetri della macchina. Le avrebbe detto tutto, forse sarebbe stato tardi, ma voleva provarci. A tutti i costi.

Una volta si erano baciati. Un timido, lungo bacio, un pomeriggio invernale. Nevicava, e Ryan adorava la neve. Da giorni gli ronzava in mente un’idea: avrebbe comprato due paia di pattini e, insieme a Sarah, sarebbero andati a pattinare sul lago ghiacciato. Quando arrivò davanti casa della ragazza, per un momento l’insicurezza stava per farlo tornare indietro. Non capiva perché, ma si sentiva agitato. Come se una mano invisibile gli stesse torcendo le budella, provocandogli una sensazione a metà tra ansia e felicità. Deciso, andò a suonare al campanello. Sarah uscì sul patio e, appena vide ciò che aveva in mente di fare l’amico, gli saltò al collo e lo ringraziò calorosamente. Aveva sempre desiderato pattinare, ma non ne aveva mai avuto l’occasione. Passarono un pomeriggio perfetto, cercando di sostenersi l’un l’altra per non scivolare sul ghiaccio liscio. Ci volle poco perché Sarah prendesse dimestichezza con i movimenti, mentre Ryan non aveva ancora capito come girare facendo una curva. Ad un certo punto, lei lo prese per mano e lo trascinò con sé.. Lui sentiva la mano fredda di lei attraverso i guanti, ma era consapevole che quella fosse la stretta più calda del mondo. Da quel momento lui la guardò con occhi diversi: era lei. Era sempre stata lei. Sarebbero dovuti stare insieme per il resto della vita. Così la baciò. La tirò a sé mentre ancora pattinavano mano nella mano, con l’altra le sfiorò le guance rosse, esitò un momento guardandola.. e poi successe. Si baciarono teneramente. “Il bacio più bello della mia vita” pensò da quel giorno in avanti.

Fino a due mesi prima però tutto quel passato dolce e romantico sembrava essere sparito dalla mente di Ryan. Era un uomo di successo, un fumatore accanito. Aveva persino la sigaretta portafortuna da fumare prima di un processo importante. Un giorno all’improvviso si era svegliato deciso a smettere di fumare. A distanza di anni e anni, in un pomeriggio libero si era imbattuto per caso in quella radura col lago. E si era accorto di non riuscire più a sentire gli odori, avrebbe pagato per respirare di nuovo quell’aria speciale che era insita in quel posto, ma non c’era riuscito. Così il giorno dopo aveva buttato il suo ultimo pacco di sigarette e si era recato dal medico a vedere in che stato fossero i suoi polmoni, dato che non riusciva più a respirare serenamente. Fu così che il medico, con uno sguardo in perfetto equilibrio tra rassicurazione e dolore, aveva osservato le lastre e decretato che, sì, aveva il cancro. Gli restava a mala pena qualche mese, la malattia era ormai ad uno stadio avanzato. Non gli rimaneva che viversi il resto della vita. Ma cosa poteva fare? Aveva perso tutto, amici, familiari.. Aveva perso Sarah. Si licenziò, comprò una enorme clessidra come monito : aveva poco tempo e non avrebbe dovuto sprecarlo. Per una volta, voleva sentirsi felice come quando lo era insieme a Sarah, come lo era durante l’adolescenza.

Era arrivato a destinazione. Sarah lo aspettava sotto la grondaia di casa. Appena lo vide arrivare, corse con la borsa sopra la testa per riparasi dalla pioggia ed entrò in macchina. Lo salutò con un abbraccio : “Ehi! Ti vedo bene! Dalla telefonata mi aspettavo ti fosse successo qualcosa!” disse tutto d’un fiato, con gli occhi preoccupati e sollevati allo stesso tempo. Non voleva farle sapere che era malato e che aveva poco tempo. Trascorsero una sera tranquilla al cinema e poi in un ristorantino francese intimo e accogliente. Dopo cena, lui la portò al vecchio lago. Rimasero dentro la macchina, cercando di catturare i dettagli di quel posto che sembrava ormai lontano, perso tra i ricordi. “Ho smesso di fumare” annunciò Ryan con un sorriso. Il volto di Sarah s’illuminò : “Così, meglio tardi che mai, hai seguito i miei consigli”, e spostò una ciocca bionda dietro l’orecchio: cominciava ad essere un po’ imbarazzata. “Ryan..” . Lui le fece segno di tacere: “Una volta mi dicesti che eri innamorata di me”. Lei arrossì e abbassò lo sguardo. “ Eravamo proprio qui, ti avevo baciata, e seduti sulla neve, mi dicesti che mi amavi. Allora ero troppo giovane per capirti, per capire un noi.. Per capire l’amore. Pensavo che ci saresti stata per sempre, che avevo tutto il tempo davanti per stare con te, prima avrei dovuto laurearmi. Beh.. Non avevo capito niente. Sapevo di amarti, ma forse egoisticamente non volevo legarmi a te, perché non volevo farti del male se un giorno avessi scelto la carriera all’amore. Ma non mi ero accorto di quanto già non fossi indissolubilmente legato all’idea di noi..”. Pausa. “Ti avrei aspettato, se solo tu me l’avessi chiesto..” replicò debolmente lei. Ryan si accorse che in tutti quegli anni non aveva fatto altro che ferirla, non dimostrando quanto tenesse a lei. Una lacrima accompagnò le parole che pronunciò in quel momento: “Sarah..Sarah, se dovessi sapere di avere i giorni contati, io sceglierei di passare ogni attimo che mi resta con te”.

Quella notte tornò a casa felice come non mai. Insieme sarebbero riusciti a recuperare il tempo perso, ne era sicuro. Sarah lo aveva aspettato per tutto questo tempo, e lui le avrebbe regalato i giorni che lei aveva sognato per anni. Accese la luce, pieno di emozioni si distese sul letto e si rilassò. Poteva vivere una seconda vita, se lo sentiva. E l’avrebbe vissuta con lei. Si addormentò tra quei dolci pensieri, nell’attesa del giorno seguente.. Si, le avrebbe chiesto di sposarlo.

Buio. L’ultimo granello di sabbia si era aggiunto a tutti gli altri, in fondo alla clessidra.

Efrem – Introduzione sul destino

Ah, il Destino. C’è chi pensa, orgoglioso di se stesso, che la vita sia semplicemente il risultato di ciò che hai costruito con le tue mani, che hai fabbricato col sudore degli anni. Altri, troppo pigri anche solo per pensare, vivono da automi, senza curarsi di ciò che avviene, nè tantomeno del perché così accada. Chi, invece, vive affidandosi a un dio benevolo che non conosce, che vede nel sogno, nella fantasia, per dare luce a un’esistenza debole o a volte troppo dolorosa da affrontare da solo, faccia a faccia con qualcosa d’altro. Ebbene, c’è ancora un’ultima categoria di persone: chi, come me, non crede, ma semplicemente sa, di doversi affidare al nulla, un nulla che è anche il tutto, qualcosa che non è nè benevolo come un dio, nè malvagio come un demone, nè neutrale come il semplice scorrere della vita. Ecco a voi, gente, il Destino. Nel corso dei secoli lo si è chiamato con tanti nomi, lo si è pensato in tanti modi, sotto vesti diverse, ma, in fondo, è sempre stato lì, a decidere per noi. Allora, senza di esso, non riusciremmo mai a spiegarci il perché della storia, e degli errori che durante essa si fanno e che si ripetono tali e quali nelle epoche future. Non sono un filosofo, e neanche un sacerdote: persone capaci di spiegare con altisonanti parole ciò che vogliono far capire. Ma io conosco la storia, anzi, La Storia, capace di spiegare ciò che voglio insegnarvi, più delle mie stesse parole. Così, chiudete gli occhi, gente, e fate entrare nella vostra immaginazione e nei vostri cuori il destino di due giovani e di un mondo incantato.

Ecco cosa è venuto fuori quando mi sono seduta davanti al pc, qualche mese fa, e ho iniziato a scrivere senza avere nulla in mente. Da allora ho continuato lasciando che le idee mi trasportassero in un mondo nuovo, che neanch’io so di conoscere. E’ così che dovrebbe essere?